La mattina da Estella si parte con un freddo cane. Alla partenza rivedo i due sloveni sempre sorridenti, Tomas e Vinco, ognuno con la sua personale soluzione contro la pioggia e il freddo.
Passo i campi dove il grano è nato da poco, e dove torreggiano le pile di balle di paglia, veri edifici gialli nel mare verde.
In genere nei giorni di maltempo ogni pellegrino diventa uno spettacolo. La cosa più visibile è la copertura impermeabile, e una volta conosciuto l’aspetto del pellegrino sotto l’impermeabile si riconoscerà ad ogni incontro, tanto diventa caratteristica da lontano la sagoma. I colori vanno dal nero al bianco, passando per giallo canarino, blu e azzurro, verde oliva e grigio chiaro, rosso e aranco e altro ancora. Lo zaino rimane visibile per le persone (come me) che preferiscono la giubba col cappuccio, ma quello che veramente trasforma sono le mantelle che coprono testa, zaino e corpo, mentre in basso fanno da tenda svolazzante alle raffiche, scoprendo talvolta gambe pallide e pelose che fuoriescono dai pantaloncini corti e terminano con scarpe rese informi ed enormi dalla fanga grigia argillosa che s’impacca tenacemente. E’ proprio per l’effetto vela al vento che ho rinunciato alla mantella che usavo in montagna, adottando la soluzione giubba tipo kway più coprizaino maxi, in modo da allungarne la sommità fin sopra la testa ed evitare così il gocciolìo posteriore nel collo. Ma ognuno si ingegna a trovare delle soluzioni personali. Dopo averne parlato con tanti pellegrini incontrati quà e là durante il Cammino, ho persino comprato un ombrello che mi è tornato utile specie in Galizia, dove la pioggia frequente non è ventosa e permette di camminare con un ombrello aperto. Prenderlo dal lato dello zaino, aprirlo o riporlo mi riuscirà senza bisogno di fermarmi, dato che l’ombrello scelto è provvisto di manico a gancio, anche questo… molto pittoresco.
Incontro la Bodega Irache, con la famosa fonte del vino che assaggio appena, non un granché, e ci scambiamo il favore delle foto reciproche con la pellegrina viennese di mezz’età, bionda, dalla giaccavento rossa, che cammina con due bottiglie di plastica piene d’acqua perchè, dice, ha letto prima di partire che bisogna bere almeno tre litri d’acqua ogni giorno. Lo strano è che le bottiglie le tiene appese dal collo con le dita, una per lato, e cammina così. Siamo molti a cercare di convincere la viennese a metterle nello zaino, almeno una, ma lei insiste sorridendo che nello zaino non entra neache uno spillo. Penso che, forse, il dolore che avrà alle mani a fine giornata è un modo per esorcizzare gli altri dolori fisici del Cammino.
Tappa lunghissima passando per Monjardin fino a Los Arcos, dove faccio visita a due albergues e mi faccio apporre alla Credencial i due sellos, i timbri che attestano il passaggio del pellegrino in quell’luogo. Uno è la Casa de Austria II – Fuente de Los Arcos, e l’altro è della Associazione Amigos del Camino de Santiago, e il sello riporta le tre croci simboliche dell’associazione, quelle di Roncesvalles, di San Lazario e di Santiago. Decido comunque di proseguire per Torres del Rio, dove faccio conoscenza con David, un napoletano di 29 anni con un barbone nero (incontrato oggi o a Logroño?) Si presenta come uno che viaggia da vero pellegrino, senza un soldo, e fidando nella Provvidenza. Difatti la veste è povera ed il sorriso sereno. Vuole raggiungere Santiago, non importa quanto ci metterà e cosa dovrà fare per arrivarci. La gioia iniziale di aver trovato un italiano, napoletano e allegro per di più, cede però il posto al sospetto che sia una storia per intenerire e scucire soldi quando, con mia sorpresa, vedo che l’immagine da moderno San Francesco viene offuscata dalla comparsa dell’immancabile cellulare. Alla fine delle poche chiacchiere non posso non dargli una banconota che accompagno a consigli su come trovare da lavorare lungo la strada.
A Torres entro in paese sotto la pioggerella, mi guardo intorno nel paese deserto, a parte una donna che mi tiene d’occhio. Voglio vedere quanti albergues ci sono nel paesino, prima di decidere al meglio, e mi interessa una certa “Casa Mari” di cui avevo letto bene.Temo che la donna voglia attirarmi a dormire in un posto che costa troppo, allora affretto il passo salendo una rampa. Con sorpresa mi sento chiamare, due volte “Señor, señor” solo per sentirmi dire che l’albergue che cerco
è in un’altra direzione. Ancora una volta una buona azione dopo un cattivo pensiero, come succede spesso in questo mio Cammino.
Prendo alloggio alla Casa Mari, molto accogliente. La sorridente señora è piccola ma corpulenta e materna, mi lava molte cose sporchissime e i termosifoni roventi asciugano tutto in breve tempo nonostante la pioggia. C’è una coppia formata da un giovane cuoco australiano, rosso di capelli, tatuatissimo con personaggi delle saghe nordiche europee, e una ragazza spagnola, forse di Valladolid. Si cucinano qualcosa nella spaziosa cucina, mentre io preferisco andare all’unico ristorante aperto nel paese col mio vicino di branda, Frank, un alto canadese di circa quarantacinqu’anni, che mi regala uno spillo con la bandiera canadese che appunto sul cappello a larga falda, da pioggia.



















