La mattina da Estella si parte con un freddo cane. Alla partenza rivedo i due sloveni sempre sorridenti, Tomas e Vinco, ognuno con la sua personale soluzione contro la pioggia e il freddo. Passo i campi dove il grano è nato da poco, e dove torreggiano le pile di balle di paglia, veri edifici gialli nel mare verde.

In genere nei giorni di maltempo ogni pellegrino diventa uno spettacolo. La cosa più visibile è la copertura impermeabile, e una volta conosciuto l’aspetto del pellegrino sotto l’impermeabile si riconoscerà ad ogni incontro, tanto diventa caratteristica da lontano la sagoma. I colori vanno dal nero al bianco, passando per giallo canarino, blu e azzurro, verde oliva e grigio chiaro, rosso e aranco e altro ancora. Lo zaino rimane visibile per le persone (come me) che preferiscono la giubba col cappuccio, ma quello che veramente trasforma sono le mantelle che coprono testa, zaino e corpo, mentre in basso fanno da tenda svolazzante alle raffiche, scoprendo talvolta gambe pallide e pelose che fuoriescono dai pantaloncini corti e terminano con scarpe rese informi ed enormi dalla fanga grigia argillosa che s’impacca tenacemente. E’ proprio per l’effetto vela al vento che ho rinunciato alla mantella che usavo in montagna, adottando la soluzione giubba tipo kway più coprizaino maxi, in modo da allungarne la sommità fin sopra la testa ed evitare così il gocciolìo posteriore nel collo. Ma ognuno si ingegna a trovare delle soluzioni personali. Dopo averne parlato con tanti pellegrini incontrati quà e là durante il Cammino, ho persino comprato un ombrello che mi è tornato utile specie in Galizia, dove la pioggia frequente non è ventosa e permette di camminare con un ombrello aperto. Prenderlo dal lato dello zaino, aprirlo o riporlo mi riuscirà senza bisogno di fermarmi, dato che l’ombrello scelto è provvisto di manico a gancio, anche questo… molto pittoresco.

Incontro la Bodega Irache, con la famosa fonte del vino che assaggio appena, non un granché, e ci scambiamo il favore delle foto reciproche con la pellegrina viennese di mezz’età, bionda, dalla giaccavento rossa, che cammina con due bottiglie di plastica piene d’acqua perchè, dice, ha letto prima di partire che bisogna bere almeno tre litri d’acqua ogni giorno. Lo strano è che le bottiglie le tiene appese dal collo con le dita, una per lato, e cammina così. Siamo molti a cercare di convincere la viennese a metterle nello zaino, almeno una, ma lei insiste sorridendo che nello zaino non entra neache uno spillo. Penso che, forse, il dolore che avrà alle mani a fine giornata è un modo per esorcizzare gli altri dolori fisici del Cammino.

Tappa lunghissima passando per Monjardin fino a Los Arcos, dove faccio visita a due albergues e mi faccio apporre alla Credencial i due sellos, i timbri che attestano il passaggio del pellegrino in quell’luogo. Uno è la Casa de Austria II – Fuente de Los Arcos, e l’altro è della Associazione Amigos del Camino de Santiago, e il sello riporta le tre croci simboliche dell’associazione, quelle di Roncesvalles, di San Lazario e di Santiago. Decido comunque di proseguire per Torres del Rio, dove faccio conoscenza con David, un napoletano di 29 anni con un barbone nero (incontrato oggi o a Logroño?) Si presenta come uno che viaggia da vero pellegrino, senza un soldo, e fidando nella Provvidenza. Difatti la veste è povera ed il sorriso sereno. Vuole raggiungere Santiago, non importa quanto ci metterà e cosa dovrà fare per arrivarci. La gioia iniziale di aver trovato un italiano, napoletano e allegro per di più, cede però il posto al sospetto che sia una storia per intenerire e scucire soldi quando, con mia sorpresa, vedo che l’immagine da moderno San Francesco viene offuscata dalla comparsa dell’immancabile cellulare. Alla fine delle poche chiacchiere non posso non dargli una banconota che accompagno a consigli su come trovare da lavorare lungo la strada.

A Torres entro in paese sotto la pioggerella, mi guardo intorno nel paese deserto, a parte una donna che mi tiene d’occhio. Voglio vedere quanti albergues ci sono nel paesino, prima di decidere al meglio, e mi interessa una certa “Casa Mari” di cui avevo letto bene.Temo che la donna voglia attirarmi a dormire in un posto che costa troppo, allora affretto il passo salendo una rampa. Con sorpresa mi sento chiamare, due volte “Señor, señor” solo per sentirmi dire che l’albergue che cerco
è in un’altra direzione. Ancora una volta una buona azione dopo un cattivo pensiero, come succede spesso in questo mio Cammino.

Prendo alloggio alla Casa Mari, molto accogliente. La sorridente señora è piccola ma corpulenta e materna, mi lava molte cose sporchissime e i termosifoni roventi asciugano tutto in breve tempo nonostante la pioggia. C’è una coppia formata da un giovane cuoco australiano, rosso di capelli, tatuatissimo con personaggi delle saghe nordiche europee, e una ragazza spagnola, forse di Valladolid. Si cucinano qualcosa nella spaziosa cucina, mentre io preferisco andare all’unico ristorante aperto nel paese col mio vicino di branda, Frank, un alto canadese di circa quarantacinqu’anni, che mi regala uno spillo con la bandiera canadese che appunto sul cappello a larga falda, da pioggia.

RalfData la folla, la sveglia è giocoforza presto, e sono in marcia alle sette per la verde e fredda campagna. Passo il paese di Ciraqui, non un essere vivente in vista. Incontro Ralf lo svizzero che fuma seduto sul muretto di un ponticello medievale in pietra.

La giornata si scalda mentre arrivo al sottopasso che annuncia Villatuerta a un’ora dalla fine della tappa: Estella. Ma prima passo un altro memoriale, stavolta per una pellegrina canadese, Mary Catherine Kimpton, morta il 2 giugno 2002 in quel luogo. La targa è scritta in spagnolo, e la cosa mi fa pensare che il memoriale non sia stato costruito dai parenti della vittima, ma da qualcuno di questa civile nazione. Forse la canadese era sola. Che pena.

Come la targa riporta, “Pueda ella caminar siempre sobre los campos de oro”.

Verso la fine della tappa rivedo Ralf e ci scambiamo il favore di farci la foto, io con la sua fotocamera e viceversa.

Estella è la prima città vivacissima che vedo in questo Cammino deserto di spagnoli. Mi ricorda il movimento dei paesi e delle città italiane, e lo trovo molto piacevole dopo tanta solitudine.

Delizioso sentiero nel verde della campagna Tomba solitaria dopo Monreal - Solitary tomb after Monrealsilenziosa, ponticelli in legno. Passo una tomba solitaria.

Entrando a Tiebas mi fermo ad una fonte moderna fatta apposta per i pellegrini, dove incontro Guerendiáin, un francese che fa la vuelta, mentre mi raggiunge Myriam la francese. Riparto, lasciandoli ciacolare in un francese troppo veloce per me.
Il paese sembra deserto, l’unico punto animato è un bar al centro del paese, accogliente, con diversi tavoli di legno, dove sono contento di trovare Robin con i suoi talloni martoriati, e dove ci raggiunge anche Myriam. La gioia di essere ancora una volta insieme ci fa mangiare e bere bene il vino tinto, Tiebase a malincuore li lascio per continuare per la meta fissata per oggi, il raggiungimento del Cammino Francese.

Parto baldanzoso dal bar uscendo dal paese in direzione sud e mancando una freccia, e così seguo il fianco della strada nazionale per troppo tempo, c’è qualcosa che non va. Finalmente trovo un ponte su cui traversare la nazionale: mi accorgo (al limite della mia cartina) di essere arrivato alla stazione ferroviaria di Carrascal, deserta e piena di discariche, ad almeno quattro chilometri fuori rotta, mentre inizia anche a piovere. Una vita per ritornare a Muriarte de Reta, poi ritrovo il Camino verso Olcoz. CanalVedute sulle grandi opere di convogliamento delle acque con canali bianchi e azzurri. Una sosta obbligata alla Ermita di Nostra Signora di Eunate, splendida e suggestiva.

A Obanos todo cerrado. Che fatica seguire le flechas in salita per ciò che sembrano gli ultimi metri e ritrovarmi fuori dal paese, svuotato di energie, con altri km da fare fino al prossimo albergue… Ma infine arrivo a Puente, con le ultime energie, ma non posso non fare la foto alla prima statua di S. Giacomo che trovo sulla strada, proprio davanti all’albergue dei PP. Reparadores. Nuestra Senora de EunatePasso accanto alle finestre dell’albergue e sento il canto “Ultreya, ultreya y suseia, Deus adiuva nos” intonato da un gruppo francese. Entro e mi accoglie la calda e affollata atmosfera di tanti gruppi vocianti. La sala da pranzo è piena di gente di tutte le età, schiamazzanti e fragorosi (che differenza con la solitudine del Cammino Aragonese!). Stanno tutti festeggiando il compleanno di una pellegrina francese. Mi faccio largo tra orde di ragazzi francesi in gita (spariranno il giorno dopo) e le faccio gli auguri. Lei mi schiocca due baci sulle guance e faccio fatica a rifiutare il dolce che mi offre, dato che voglio prima mangiare (ma cosa, dato che ho lasciato tutto il cibo a Monreal?)Albergue PP Reparadores - Puente de la Reina

L’albergue è al completo. Su per le scale, mentre cerco di abituarmi all’affollamento, incontro due sorridenti pellegrini sloveni, Tomas e Vinco, che rivedrò più volte fino a S. Domingo de la Calzada. Si scambia qualche parola ed è subito amicizia.

Dopo i lavaggi e la sistemazione, ritorno giù in sala rimuginando su come procurarmi da mangiare, e in quel momento rivedo uno dei ciclisti che avevo salutato arrivando a Monreal, quelli un pò rasta e con i piercing. Sorpresa, mi hanno portato la busta con i viveri! Gratissimo, la cena è assicurata. Quando seguo uno dei due su per le scale per avere il pacchetto con la mia sperata cena, l’amico si mette a scavare in una delle borse che portano a cavallo delle bici. Scava, scava e comincia a cacciare roba rossiccia di… vino!

Il borsone conteneva anche una “borracha” di quelle fatte di pelle da cui si beve a fontanella, solo che è schiattata ed ha imbevuto tutto del suo contenuto, compresa la mia cena. Non per questo non ne mangio un pò, conservando il resto in fondo al mio zaino, ma non dal lato “caffè” ma dall’altro, che da quel giorno acquista un aroma tipico. Ecco che ora la geografia dello zaino è completa: dopo il lato caffè ho battezzato l’altro lato “vino”, facilitando così la sistemazione e il ritrovamento del contenuto nei giorni seguenti. Pittoresco ma utile.

Per la tappa di martedi, a cena Rolf ed io ci siamo convinti a vicenda della possibilità di fare il Foz de Lumbier (Camino Histórico) invece del Camino moderno. Vero che la gamba mi duole, ma ho letto della riserva naturale, e quando ci ritorno da queste parti?

Difatti, la mattina ci avviamo e abbastanza presto la strada si biforca, indicando il Foz. Ero convinto sarebbe stato difficile, magari con qualche guado, invece si visita il canyon su una strada sterrata dove prima passava una ferrovia a scartamento ridotto e che attraversa due brevi gallerie.

Allo sbocco della prima, di colpo il paesaggio cambia. Sembra un ambiente preistorico, un canyon da Indiana Jones. Fantastiche visioni di centinaia, si, centinaia di avvoltoi e rapaci di tutte le specie che ci volteggiano anche vicini. Sul ciglio del canyon in alto, sono appollaiati tutti in fila, sembra ci guardino, e mi sento in pieno Far West, con gli avvoltoi che aspettano pazienti la mia fine. La caviglia mi fa ancora male e cerca di dissuadermi a continuare, ma poi interviene una forza sconosciuta, non so da dove la prendo… però sono felice di aver potuto vedere questa meraviglia.

A Monreal si passa accanto ad un poetico ponte medievale. fantastiche visioni di centinaia, si, centinaia di avvoltoi e rapaci di tutte le specie, nonostante la caviglia che cerca di dissuadermi, ma poi interviene una forza sconosciuta, non so da dove la prendo…

Al bar di Izco rivedo Robin con i talloni in stato pietoso, non potrà fare più di 15km al giorno, e alternerà il cammino ai mezzi di trasporto. Passo una allegra serata alla mensa parrocchiale di Monreal, con Robin, Miriam e Rolf. Tanto allegra che, la mattina dopo, lascio la busta con tutti i viveri in bella mostra sul tavolo di sotto per allacciarmi le scarpe, e lì rimarrà quando mi avvio per l’ultima tappa del Cammino Aragonese.

Undués

Doorbell

Tappa che avrebbe dovuto essere di tutto riposo, ma sbaglio strada e finisco a Jueves, deserta. Un podista mi indica la via per Sangüesa, purtroppo da lì in poi tutta su asfalto. Altro che i 10,5km previsti… Arrivo che la caviglia tiene ma si fa sentire. L’albergue è municipale, vuoto, camerata unica al 1° piano, 8 euro che pagherò all’addetta che arriva alle 18.

Mi guardo attorno nell’albergue deserto. Dal portone su fronte strada si accede nell’atrio luminoso. Un tavolo , qualche panca, un quadro avvisi alla parete con le notizie per i

S.ta Maria la Real

pellegrini, comprese le indicazioni sulla breve visita alle 18 della “hospitalera” per pagare e farsi timbrare la Credenciàl. Delle porte danno nel cucinino e nel bagno. Le scale portano alla camerata al primo piano, pulita, silenziosa. Mi scelgo un letto d’angolo e scendo di nuovo.

Sono troppo indolenzito per uscire ma ho anche freddo e sete. Mi viene in mente il barattolo di caffè liofilizzato che mi porto appresso dal primo giorno e, approfittando dell’acqua calda e del microonde in cucina, ho la bella idea di prepararmi un bel caffè caldo. Ricordo benissimo dove si trova, alla mia destra. Poggio lo zaino sul tavolo e, per la pigrizia di non aprire la chiusura lampo laterale dello zaino, infilo la mano alla cieca, annaspando per il barattolo. Ecco che le dita incontrano il vetro freddo e liscio. Stringo, tiro attraverso i panni, e alfine mi compare il barattolo del Nescafè, sottosopra e… vuoto. Il tappo di plastica è rimasto nel fondo dello zaino con tutta la polvere di caffè.

La successiva mezz’ora la passo a svuotare completamente lo zaino riempendo la tavola del contenuto alla rinfusa, recuperare un pò di polvere per rimediare comunque un caffè, e rivoltare e pulire lo zaino alla meglio. Non posso lavarlo completamente, non si asciugherebbe. La tazzina di caffè manca dello zucchero, in compenso da Sangüesa fino al rientro l’odore del caffè è rimasto in quel lato dello zaino (destro), che decido di battezzare il “Lato Caffè”.

Appena messo a posto lo zaino arriva l’unico altro pellegrino di quel giorno, Rolf, svizzero di 44 anni, giaccone militare e zucchetto con tre spille del Camino, compresa una flecha amarilla che, sostiene, indica il suo umore della giornata a seconda se punta in alto o in basso. Appena arrivato è un pò orso, infatti, si vede che da qualche tempo cammina senza parlare con nessuno. Si mette quasi subito a dormire. Io ne approfitto per visitare la bellissima chiesa di Santa María la Real, gioiello della architettura romanica spagnola, con una guida che parla inglese, e ammirare i sottotetti in legno scolpito, spioventi sui vicoli del paese, mentre immense cicogne bianche e nere volano rasenti i comignoli nel sole del cielo azzurro.

Più tardi Rolf ed io facciamo amicizia con una sostanziosa minestra, una birra e dei secondi di carne. Passiamo un’allegra serata, così nasce un’altra conoscenza del Camino.

La mattina mi sveglia Isabell bussando delicatamente alla porta: non ho sentito la sveglia e sono le 8:30! Mi butto dalla branda. Quando esco dalla stanza Isabell è andata, ma mentre ficco tutto nello zaino torna per chiedermi un pò della pagnotta di S. Cilia che le avevo promesso a cena. La ritroverò a Ruesta, dove ci prendiamo una bevanda calda seduti al sole.

Lungo la strada vado troppo forte. Mentre Isabell si sente meglio con la gamba, il Voltaren le ha fatto effetto, sono io che comincio a zoppicare per la caviglia sinistra, arrivando con gran fatica e dolore a Undués de Lerda. Dalla panchina dove ci siamo riposati, saluto Isabell che prosegue per Sangüesa. Mi chiedo se si ricorderà di mandarmi la foto di gruppo di Jaca.

Io mi avvio zoppicante all’albergue, da dove scrivo. Al tramonto, magicamente, cala di botto il vento gelido che ci ha accompagnato per tutto il giorno. Prima di dormire mi curo la caviglia e stinco sinistri con Voltaren pomata e prendo un’altra compressa antinfiammatoria.

Tempo coperto, freddo, qualche tratto di pioggia. Grandi campi arati e bruni, basse colline grigie che lasciano il posto al vuoto della pianura ondulata. L’allegria della sera prima mi fa pesare questo immenso vuoto sotto le nuvole basse. C’è una strana luce. Taglio per un campo, mi perdo, devo aprire un cancello in legno e richiuderlo dietro di me. Un cavallo baio guarda incuriosito questo viandante. Riprendo il sentiero e le rade flechas scolorite. A una svolta un piccolo cartello indica Mianos, un paesino che si vede sulla collina.

Evitando un cane che mi abbaia furioso, lo raggiungo con la speranza di un caffè, ma ci sono solo due ragazzine che mi dicono che l’unico bar è chiuso, e spariscono. Sembrano un pò spaventate, mi rendo conto che, più che ad un pellegrino, incappucciato sotto la pioggia devo somigliare ad un barbone, dato che non mi rado ormai da qualche giorno. L’intero paesino è grigio e deserto, intravedo una madonna triste dietro le sbarre di una buia cappella votiva. Scendendo per la stessa strada, ecco il cane che stranamente stavolta mi viene incontro a testa bassa. Ha bisogno di lasciarsi accarezzare, solo come me.

Più in là mi assale un senso di solitudine spaventoso, che trascende questo momento e questi luoghi. Da quando cammino in territorio spagnolo medito molto, complice la marcia da solo. Mi rendo conto delle ragioni che mi hanno predisposto a questo Cammino, la relazione recentemente chiusa dopo tanti anni con la mia compagna, la conclusione del lavoro e il pensionamento, il diradarsi delle amicizie e degli impegni. I ricordi che in questi giorni avevo tenuto a bada con le distrazioni del viaggio e dell’avventura, mi attanagliano nel silenzio e nel ritmo dei miei bastoncini.

Una nuvola di ricordi. Prima cerco debolmente di resistere, poi mi lascio sommergere, come da un’onda ampia e lunga, cadendo nel amaro conforto dell’autocommiserazione. Mai successo così. Guardo in faccia me stesso, ora che sono solo, e vedo dietro di me le ombre del passato, degli avvenimenti anche lontani, delle figure di famiglia. In pochi minuti mi passano davanti amici e amori, deja vù e tristezze. Come un’analisi transazionale, questo momento di marcia mi scava dentro, mi fa valutare ricordi sopiti di mio padre e di mia madre. I ricordi arruginiti nel mio cuore diventano insostenibili. Mi guardo attorno, nella piana di campagna ho la grazia di essere solo, posso fare quello che voglio, e difatti butto zaino e bastoncini, crollo, urlo, singhiozzo, parlo inveisco prego e piango come una fontana. E’ una esplosione, è un lutto istantaneo, è un’accettazione, è una liberazione da tante cose.

La mia vita si è condensata in pochi minuti. Mi calmo. Riprendendo il controllo, e con esso la vergogna, ancora mi guardo intorno attentamente. Gli alberi che costeggiano il sentiero non sono cambiati, la campagna sembra non aver fatto caso al momento della verità di un pellegrino, forse c’è abituata. E’ qui da molto più tempo di me.

Mi soffio il naso, asciugo gli occhi, sistemo il carico dandomi dello stupido. Respiro a fondo, sollevato. Non ho più dolore, neanche ai piedi. Non so neanche da quanto tempo sentivo il bisogno di questo dialogo. Il cammino sembra più facile, lo zaino più leggero.

Ad Artieda ritrovo Isabell, che aveva sbagliato strada e ha la mialgia. Il suo fare riservato mi fa pensare ancora una volta che ha volutamente evitato di stare con Manuel e con me, ma mi sbaglio. Le presto la pomata di Voltaren, sono contento di ritrovare un amica. Qualche accenno a ciò che ho passato, resta difficile tradurlo in parole. Siamo soli io e lei nell’albergue, abbiamo la fortuna di avere una camera per uno, tutta per noi, senza roncadores…! Passiamo una piacevole serata con un’ottima cena a base di zuppa di lenticchie nella bella sala da pranzo. La señora ci avverte del cambio dell’ora legale, che ci toglierà un’ora di sonno.

Da Jaca parto con Isabell che perderò per strada quasi subito, sembra un soldatino col suo passo veloce e sempre uguale. Lasciamo la cittadina e l’asfalto cede al sentiero, comincia un bosco rado e arso. L’ultima volta che incrocio Isabell si sta rimettendo le scarpe al di là del guado di un piccolo fiume. Se ne va, io mi guardo attorno e vedo poco più in là la fila di pietre che permettono di attraversare senza bagnarsi e che le erano sfuggite. Quando la ritrovo due giorni dopo, zoppicante, saprò che quel giorno ha sbagliato strada, si è persa e ha sviluppato una mialgìa che la rallenta.

Sulla collinetta alla riva opposta al guado compare anche Manuel il malagueño, appollaiato a fumare e riposarsi, che mi dice che Isabell ha preso l’altra direzione. In quel punto difatti ci sono frecce gialle che puntano in due direzioni diverse. Lo saluto e m’inoltro nel boschetto rado, che presto cede alla strada sterrata lunga e assolata. Di tanto in tanto i pochi bar sono immancabilmente chiusi. Da un sentiero sbuco sull’isolato Hotel Aragon, e mi siedo su un fortuito cippo di tronco che sembra lì apposta per il riposo dei pellegrini. Mi sorpassano due spagnoli grossi e tozzi visti prima, che ritroverò ad Arrès. Sono pellegrini ma non lo sembrano, coi loro zainetti piccoli. Hanno anch’essi dormito a Jaca ma da un amico, perciò non erano con noi all’albergue. Si chiamano Jaime e Roche, fumano e bevono anche dopo cena al bar, imparerò che russano pure, a prova di tappi. Rimango indietro apposta per lasciarli allontanare, scambiandosi battute in un catalano stretto, gutturale e macho. Mi ricordano certi cacciatori dei nostri monti, per i quali la giustificazione alla caccia pressocché inesistente è la passeggiata nella natura, che a sua volta giustifica mangiate e bevute da paura.

Sento suonare le campane di un paesino: è Santa Cilia, mi dirigo lì. La chiesa è nascosta tra i palazzi e le porte chiuse, anch’essa chiusa come i bar, solo la fontana moderna davanti alla chiesa rompe il silenzio e si mette a buttare acqua appena mi affaccio nella piazzetta. Penso a qualche fotocellula ma non ne vedo.

Tra i vicoli deserti e in ombra, finalmente un odore familiare: una panaderia. Sono felice di parlare col primo spagnolo di oggi, compro una fragrante pagnotta appena sfornata. A pochi passi vedo un cartello che indica il locale albergue dos peregrinos. Lo trovo, spingo la porta che dà in uno stanzone lungo, deserto, fresco e pulito. Messaggi alle pareti, un affresco della mappa del Camino da qui alla meta che mostra, oltre a questo Camino Aragonés, anche il Camino Francés ramo navarro da SJPP, e un tavolo e panche in fondo, sotto le finestre. Approfitto per mangiarmi un quarto di pagnotta, usare i bagni, rifornirmi d’acqua e timbrarmi la Credencial col sello giacente su un tavolino, prima di riprendere la marcia grato della pausa.

Il sole picchia, i chilometri si fanno sentire. Marcio accanto a una veloce strada statale, sembra. Mi dirigo con tanta speranza di un caffè al Centro Los Pirineos come indicatomi dal panettiere di S. Cilia, ma ho la solita delusione di trovare il bar “cerrado”.

Poco prima di Puente de la Reina de Jaca attraverso una curiosa zona tra gli alberi, dove la devozione di secoli di pellegrini ha eretto mucchi di pietre di fiume dapertutto, pietra su pietra, ometti grandi e piccoli, antichi e moderni, per circa cento metri ai due lati del sentiero. Difficile sentirsi soli qui.

Ancora una salita di traverso su per una collina cespugliosa, l’ultima lunga tirata e sbuco sul paesino semideserto e medievale di Arrés. Una salitella acciottolata mi porta all’albergue, mentre sopra la testa mi volteggiano rapaci dalle grandi aperture alari. Seduto sul muretto davanti c’è Georges l’hospitalero, un arzillo francese, allegro, anziano e devoto, che mi spiega sostituisce temporaneamente la hospitalera di casa. L’albergue è tutto in legno disposto su più piani, non molto pulito ma confortevole e ricco di fascino. Sono presenti alcuni ospiti francesi amici di Georges, non pellegrini, uno di essi è poliziotto. Me l’immagino vestito da gendarme, e gli calza a pennello. Mentre mi dò da fare nelle incombenze pomeridiane, come al solito sorpreso dalla veloce sparizione della stanchezza del cammino, arrivano Jaime e Roche, seguiti da Manuel.

Ad ogni arrivo Georges snocciola la litania delle tradizioni dell’albergue di Arrés: quando saremo pronti più tardi ma prima della cena, egli porterà noi pellegrini in giro a farci visitare il paesino arroccato sulla collina isolata nella pianura, che si stende da ogni lato. Così avviene, facendo di Arrés un ricordo profondo che comincia con la visita della antica cappella altrimenti chiusa al pubblico, con altari in legno barocco dorato, freddissima. All’interno Georges pesca dei fogli polverosi in ogni lingua tranne l’italiano per invitarci a recitare… il Cantico di San Francesco in spagnolo. La visita del paese si conclude su di un belvedere per un suggestivo minuto di silenzio al calar del sole. Ma le tradizioni non terminano qui: prima di cena, con l’aiuto di un cd, Georges intona il canto medievale dei pellegrini francesi diretti a Santiago, detti jacquets: Ultreia, ultreia, y suus eia, deus adiuva nos. A tutti brillano gli occhi, unendoci al coro e alle ombre dei tanti pellegrini che, prima di noi, hanno cantato queste stesse note su questo stesso percorso.

Ancora una volta mi si dimostra che la prima impressione antipatica di certe persone si stempera, sono proprio quelle persone che hanno qualcosa da insegnarmi. Mi chiedo quando lo capirò.

A questo punto è con grande emozione e camaraderie che, gomito a gomito riuniti intorno al piccolo tavolo nel cucinino che Georges ha preferito al tavolone del soggiorno, ci buttiamo allegramente sulla cena a base di uova sode tagliate su un letto di lattuga e pomodori, sformato di riso e zucchine al forno, vino acqusitato al bar del paese e micidiale purea di mele. Farà un effetto purificatorio a tutti, con l’andirivieni durante la lunga notte sulle scricchiolanti rampe di scalini di legno che portano dai dormitori al gabinetto, strategicamente posizionato in cantina.

La mattina dopo abbondante colazione e partenza verso le sette, io per ultimo per medicare i piedi, e quasi mi scordo prima la guida e poi i bastoncini.

Con la notte a Jaca si conclude il sesto giorno del mio Cammino. Mentre mi medico las ampollas, le vesciche, uno degli argomenti preferiti tra i pellegrini per rompere il ghiaccio dei primi incontri (ma che ghiaccio?) calcolo di aver percorso i primi 33km spagnoli, 154km complessivi dalla partenza notturna di Lourdes, che mi sembra così lontana. Non posso credere di aver fatto in media più di 25km al giorno, sia pure al prezzo del freddo e di vesciche che vanno moltiplicandosi alle dita e ai talloni, dolori, unghie dolenti e un fastidioso indolenzimento allo stinco sinistro ad ogni passo.

Getto un occhio alla cartina della guida, e sul percorso restante, e vengo assalito dallo sconforto. Sono soltanto a Jaca: centocinquanta chilometri e mi sembra di soffrire troppo. Avrei dovuto iniziare prima l’allenamento, sono vecchio, sono pigro, perché queste scarpe e non le rodatissime pedule da montagna, ho la pressione bassa, lo zaino pesa troppo… almeno speriamo di arrivare fino a Monreal, che poi decido se …smettere. Ma anche per Monreal sono più di cento chilometri. E 850 per Santiago, ottocento cinquanta chilometri…

Tutti queste considerazioni in realtà mi vengono solo quando cammino da solo o visito una chiesa. In compagnia o in albergue non c’è tempo: tra accreditamento, pagamento, timbro della Credencial, scegliere la branda, cambiare le scarpe (sollievo immediato), smontare lo zaino e stendere il sacco a pelo per prendere aria, fare la doccia, stendere l’asciugamano, medicare i piedi, lavare i panni, ingegnarsi per stendere anche quelli dato che ormai ogni centimetro di termosifone è coperto da magliette e mutande, fare la spesa per l’indomani, visitare semmai i nuovi dintorni, parlare con le “vecchie” conoscenze e le nuove, scambiare indirizzi, fare qualche foto, aggiornare il diario di marcia, gettare un occhio sulla prossima tappa, organizzare la cena e così via, per fortuna le distrazioni non mancano.

Mi meraviglia, non solo della gioia dell’incontro con la nuova compagnia, ma di accorgermi dell’effetto positivo che sembro avere anch’io sul prossimo. Non c’è niente di più soddisfacente perchè, nelle comuni sofferenze e scoperte, c’è un immediato affratellamento che ti scolpisce certe figure nel cuore.

Non appena la serata così intensa ti ha fatto conoscere e talvolta amare quel paese, quei compagni pellegrini e quel albergue che ti regala un pò di sonno ristoratore, la mattina dopo lasci tutto per la fredda strada, ore di cammino e nuovi boschi, pietre, fango, campi e cieli spagnoli immensi e così azzurri, quando sono azzurri.

Il mio Camino de Santiago si fa intenso.

Oggi giovedi parto per Jaca dopo abbondante colazione con panino e dolcetto per il giorno. Il Señor Antonio mi accompagna sulla strada per indicarmi la via. Prendo l’antico sentiero aragonès, passando per le rovine della chiesa della Trinità del XVI secolo, il ponte romano (emozionante) e, continuando nel boschetto a fianco della famigerata e trafficata statale, arrivo ad un bunker in cemento, riparo di fortuna dei pellegrini in caso di pioggia.

Oltrepassato il bunker e la galleria sulla statale (tagliandola, non passandoci dentro) ed evitando il sottopasso, cambio l’abbigliamento invernale con quello estivo e mi fermo a mangiare qualcosa in una zona descanso attrezzata coi tavoli da picnic. Ad un tratto mi passa accanto un tizio con zaino e scarponi tirando dritto: gli grido “Peregrino?” e quello si volta sorridendo e dicendo “Sì!” Faccio così amicizia con Manuel di Malaga, quarant’anni portati male (fuma parecchio, e non solo tabacco), che incrocerò spesso durante il Cammino. Da quel momento camminiamo un pò in compagnia e un pò sorpassandoci a vicenda, passando Villanùa, poi Castiello di Jaca. Cielo azzurro, solo qualche striatura di cirri, e la neve dei Pirenei dietro le spalle che si allontana lentamente. Sarà così che ogni giorno sentirò di lasciare definitivamente i Pirenei e invece passerò Arrès e Artieda, e ancora in lontananza si vedrà la cordillera pirenaica innevata.

Infine Jaca. Arrivo per primo ma tocca aspettare l’apertura alle 16 del bel albergue municipal. M’infilo in una birreria per la mia prima caña ristoratrice, vedo passare Manuel sulla calle e lo tiro dentro a farmi compagnia e a conoscerci meglio. Era partito ieri per il primo giorno di cammino, è arrivato per tappe multiple e ha trovato da dormire a Canfranc Estacion: così oggi ha camminato più di me.

Si approssima l’ora di apertura dell’albergue e ci avviamo, ma dato che avevo detto a Manuel che volevo comprare dello yoghurt per la colazione, lui chiede ad una signora “donde està” un supermercato. Questa non se lo fa ripetere due volte, e s’incammina dicendoci di seguirla. Fa quasi il giro completo di Jaca, e noi con gli zaini. Pensare che l’albergue era dietro l’angolo della birreria… Pazienza.

Presi i benedetti yoghurt torniamo per trovare un albergue moderno, pratico, accogliente, con una ragazza hospitalera allegra ed efficiente che ci prende le generalità. C’è internet gratis, occasione per contattare gli amici pps.

Di lì a poco faccio conoscenza con Robin di Portsmouth, una montagna d’uomo, 110kg per 58anni, già in crisi con i piedi e una pellegrina che mi diventerà molto cara, Isabell di Monaco, che studia antropologia. Alta, snella, bionda, occhi azzurri, sulle sue. Siamo pochi in albergue, e mi sembra un peccato lasciare una bella ragazza in disparte ora che stiamo programmando la serata, e siccome parla spagnolo, mando Manuel avanti ad invitarla. Sorpresa, è tedesca e oltre allo spagnolo parla inglese e anche italiano. Accetta di uscire con noi, anche se è chiaro che non scoppia di gioia. Forse non si fida del tutto della compagnia di tre sconosciuti con il doppio dei suoi anni, ma questo offre il convento oggi… Stasera ¡tapas y copa! e tanta allegria che scioglie anche l’inglese e la tedesca. Ma le emozioni della condivisione dei racconti, come tradurle in queste affrettate parole?

Qualche dettaglio sulle tapas: fette di pane con acciughe, peperoni, formaggio fuso, cipolle dolci, poi pasta di gamberi impanati e fritti in salsina rosa, e per finire ciotole di lumache, da scavar fuori dal guscio rovente con gli stuzzicadenti e intingere nella salsa all’aglio. Siamo in piedi accanto al banco e alla cucina, il locale tutto in legno è pieno di locali tra i venti e i trent’anni allegri ma mai ubriachi. Il vero top è quando Robin ci offre il liquorino della casa alle erbe, sopra tutto quel vino tinto… ma chi cammina brucia! Poi una bella passeggiata per la città notturna per rientrare all’albergue. Anche Isabell è rilassata, si è convinta che i “maschiacci” non sono pericolosi…

I letti dell’albergue sono racchiusi a due a due da separé il legno. I radiatori sono caldissimi, ed il bucato è già asciutto. Mi corico, e Robin ci intrattiene con un concerto russatorio! Tempo di rimettere i tappi, che diventeranno un’abitudine.

Di notte sentiamo delle strane urla giù per strada, sembrano diversi uomini e anche qualche grido di donna. Lamiere sbattute con violenza, qualche botto. Mi svegliano attraverso i tappi, e mentre riprendo sonno penso che noi siamo viandanti volontari, immersi per scelta in questa avventura da sogno, eppure c’è tanta parte del mondo senza pace, immersa nella miseria materiale e morale, non bisogna dimenticarlo.

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