Partito da Hontanas con la pioggia, cielo cupo e grave, ma sono fortunato ad avere solo pioggerellina per due ore fino a Castrojeriz. Anche quella termina e rimane tanto, tanto fango delle lunghe e ondulate mesetas, interrotte solo dalla mia tosse.
Per dare un’idea a chi non l’ha mai fatto (i pellegrini ci si potranno identificare) del passare dei giorni camminando verso Santiago, ricordo che le ore scorrono in modo molto diverso da momento a momento. Chi è solo come me, il più delle volte preferisce camminare da solo, ma non si è mai soli. Le distrazioni sono tante, il freddo o il caldo, la stanchezza, i piccoli e grossi dolori corporei, i tanti incontri di varietà umana e, in genere, dei pochi nativi che sembrano qui da sempre parte del paesaggio, le meraviglie che scorrono accanto, la sosta per la foto che mi rallenta, la macchinetta fotografica in tasca che mi batte leggera ma costantemente sulla coscia, i cambi di passo per il terreno accidentato, e con il mutare del terreno muta il microclima intorno. In pochi minuti, il sudore e l’affanno prendono il posto del torpore e del gelo di primo mattino. Passano salite, discese, ponti, strade, paesini, alberi, e sempre in alto il cielo dispensatore di vento, umido e sole da cui è difficile sottrarsi oppure così splendido e infinito che rinvigorisce, case e archi, sentieri appena accennati o larghi tratturi come qui, muretti muschiati o sassi alla costante ricerca della Flecha Amarilla (la freccia gialla che ti accompagna sempre). Poi ci sono le necessità di una sosta per bere o per appartarsi a liberare la vescica o per trafficare nello zaino, prendendo il berretto o una caramella, cambiando vestiario, raramente per un ristoro al bar tranne che alla fine della giornata, mai, mai uguale alla precedente. O alla prossima.
E poi ci sono i pensieri. Si affollano istericamente, dal passato, dagli incontri di ieri e di poco fa, gli esercizi sul significato delle cose e degli avvenimenti. E su di me: quanto sto veramente male o invece quanto il dolore del giorno sia ancora sopportabile. Oppure i pensieri non ci sono, e allora mi invento i ritmi dei passi collegati con i bastoncini, le poesie sui passi, i mantra da recitare al ritmo dei passi, talvolta le preghiere, il controllo dei respiro, la consapevolezza delle sensazioni del peso sulla schiena, del gioco degli spallacci e della cintura della zaino, del costante confronto dei piedi con le scarpe, i giochetti per tirare fino alla cima della collina o fino al prossimo cippo che segna le centinaia di chilometri che ancora mancano a Santiago. Ma quando arrivo al cippo e ne leggo il numero, che sarà? Saranno i milioni di passi e di volontà di quelli che gli sono passati accanto, e di cui quel cippo e questo Cammino sono in qualche modo impregnati, ma il dolore che pareva insopportabile al polpaccio o al piede non c’è più (o non me lo ricordo). La sola cosa importante è quel numero che scende, che è meno del precedente, che ti incoraggia e ti sostiene.
Poco dopo il confine tra la provincia di Burgos e quella di Palencia, arrivo lentamente a San Nicolás del Puente Fitero. E’ il famoso ostello di conduzione della confraternita italiana di Santiago di Compostela, l’unico qui in territorio spagnolo (gli altri sono sulla Via Francigena e a Roma). Sono sorpreso, me l’aspettavo diverso, è solido ma umile e sobrio, molto diverso dagli ostelli rumorosi trovati altrove. Si potrebbe passare senza accorgersene. Il portone è chiuso, e con rammarico leggo e rileggo le date e gli orari scritti su un foglio. Mancano due ore all’apertura della stagione, troppe da “perdere” dato che sono a metà giornata. Nonostante la pioggerellina mi tolgo lo zaino, strappo un foglio dal mio taccuino e lascio un biglietto agli amici PPS (il caro forum dedicato al Cammino e a tutti i cammini del mondo, www.pellegrinipersempre.it). Lo infilo tra l’avviso e il legno del portone, è già bagnato, chissà se regge co’sta pioggia, penso.
Varco tossendo il ponte sul río Pisuerga, e tossendo arrivo poco oltre a fermarmi al bar fortunatamente aperto di Puente Itero (de la Vega) dove la gentile signora Natascia (è bulgara) mi fa spostare lo zaino dal tavolino fuori all’interno, permettendomi di mangiare il mio pane e formaggio al caldo e con una bevanda calda. Alla fine della breve pausa riprendo il cammino nel fango e nella pioggerella.
Dopo poco sento una rara auto che si avvicina sul mio stesso tratturo e rallenta. Mi sposto di lato per farla passare, ma mi sento chiamare in italiano, sono alcuni degli hospitaleros PPS di San Nicolás che hanno trovato il bigliettino e sono venuti a cercarmi! Eh già, sono il primo pellegrino della stagione 2009. Una grande sorpresa, sorrisi, abbracci all’italiana che dissipano le mie malinconie e mi riportano al rimpianto “albergue” dove incontro gli altri.
Finite le abluzioni e con il ristoro di un thè caldo che rimette al mondo, mi rendo conto di non essere in un qualsiasi albergue. Il posto trascende i secoli. San Nicolás infatti era una delle tante ermitas costruite per i fedeli lungo il Cammino e, dopo tanti sconvolgimenti avvenuti nei secoli, era in completo abbandono e ridotta a ricovero per le bestie dei contadini. Per la volontà della Confraternita sezione italiana l’edificio è stato ottenuto in comodato, restaurato dal 1992 e adibito ad ospitare ogni sera un piccolo numero di pellegrini. Prima dei lavori, la terra riempiva la cappella per un metro; il tetto mancava. Al suo restauro hanno contribuito in tanti, italiani e spagnoli, come Ignacio Nieto Alvarez, morto prima di vedere il completamento dell’opera, e la cui urna riposa, per suo volere, in un angolo buio ma non dimenticato dell’antica cappella, accanto all’altare ricomposto. L’attento lavoro di restauro ha permesso di adibire il salone a zona cappella, area centrale di soggiorno e cena, e estremità opposta per 6-8 letti a castello per ricovero, più un soppalco per gli hospitaleros.
Dopo il tradizionale e antichissimo rito della lavanda dei piedi ai pellegrini,
simbolo di carità cristiana compiuta dall’hospitalero che indossa la cappa della Confraternita, passiamo un’allegra serata a lume di candela con gli hospitaleros Ziovittorio, Zena e Sylvie, due pellegrini francesi e due ragazze bionde olandesi estroverse e simpatiche. Con mia meraviglia scopro durante la cena che le olandesi sono sposate sì, ma tra di loro, e scopro un’altra realtà del mondo, e penso che il Cammino è per tutti. Sul libro dell’Hospital scrivo due parole di gratitudine per un altro giorno memorabile, indietro nel tempo.
La notte arriva presto per dei stanchi pellegrini. Seguendo un’altra antica usanza, prima di chiudere Ziovittorio mette una lanterna accesa sulla soglia, fuori dal portone, che servirà per indicare a qualsiasi viandante nella notte l’ospitalità di San Nicolás. Con l’aiuto di provvidenziali pasticche per la tosse trovate in una farmacia chissà dove riesco a non pesare troppo sugli altri, e mentre penso questo non ricordo altro, tranne la sensazione del freddo di una cappella medievale con un sacco a pelo estivo, e degli otto secoli di storia che mi circondano.
Al mattino appena il tempo di vestirsi, di infilare il denaro nella cassetta delle offerte, di bere una frettolosa tazza calda e, fuori dall’uscio con indosso lo zaino e in mano i bastoncini, il nostro gruppetto ascolta le parole dell’hospitalero della Confraternita con una secolare benedizione compostellana, che ci accompagnerà sul nostro cammino.