Tempo coperto, freddo, qualche tratto di pioggia. Grandi campi arati e bruni, basse colline grigie che lasciano il posto al vuoto della pianura ondulata. L’allegria della sera prima mi fa pesare questo immenso vuoto sotto le nuvole basse. C’è una strana luce. Taglio per un campo, mi perdo, devo aprire un cancello in legno e richiuderlo dietro di me. Un cavallo baio guarda incuriosito questo viandante. Riprendo il sentiero e le rade flechas scolorite. A una svolta un piccolo cartello indica Mianos, un paesino che si vede sulla collina.
Evitando un cane che mi abbaia furioso, lo raggiungo con la speranza di un caffè, ma ci sono solo due ragazzine che mi dicono che l’unico bar è chiuso, e spariscono. Sembrano un pò spaventate, mi rendo conto che, più che ad un pellegrino, incappucciato sotto la pioggia devo somigliare ad un barbone, dato che non mi rado ormai da qualche giorno. L’intero paesino è grigio e deserto, intravedo una madonna triste dietro le sbarre di una buia cappella votiva. Scendendo per la stessa strada, ecco il cane che stranamente stavolta mi viene incontro a testa bassa. Ha bisogno di lasciarsi accarezzare, solo come me.
Più in là mi assale un senso di solitudine spaventoso, che trascende questo momento e questi luoghi. Da quando cammino in territorio spagnolo medito molto, complice la marcia da solo. Mi rendo conto delle ragioni che mi hanno predisposto a questo Cammino, la relazione recentemente chiusa dopo tanti anni con la mia compagna, la conclusione del lavoro e il pensionamento, il diradarsi delle amicizie e degli impegni. I ricordi che in questi giorni avevo tenuto a bada con le distrazioni del viaggio e dell’avventura, mi attanagliano nel silenzio e nel ritmo dei miei bastoncini.
Una nuvola di ricordi. Prima cerco debolmente di resistere, poi mi lascio sommergere, come da un’onda ampia e lunga, cadendo nel amaro conforto dell’autocommiserazione. Mai successo così. Guardo in faccia me stesso, ora che sono solo, e vedo dietro di me le ombre del passato, degli avvenimenti anche lontani, delle figure di famiglia. In pochi minuti mi passano davanti amici e amori, deja vù e tristezze. Come un’analisi transazionale, questo momento di marcia mi scava dentro, mi fa valutare ricordi sopiti di mio padre e di mia madre. I ricordi arruginiti nel mio cuore diventano insostenibili. Mi guardo attorno, nella piana di campagna ho la grazia di essere solo, posso fare quello che voglio, e difatti butto zaino e bastoncini, crollo, urlo, singhiozzo, parlo inveisco prego e piango come una fontana. E’ una esplosione, è un lutto istantaneo, è un’accettazione, è una liberazione da tante cose.
La mia vita si è condensata in pochi minuti. Mi calmo. Riprendendo il controllo, e con esso la vergogna, ancora mi guardo intorno attentamente. Gli alberi che costeggiano il sentiero non sono cambiati, la campagna sembra non aver fatto caso al momento della verità di un pellegrino, forse c’è abituata. E’ qui da molto più tempo di me.
Mi soffio il naso, asciugo gli occhi, sistemo il carico dandomi dello stupido. Respiro a fondo, sollevato. Non ho più dolore, neanche ai piedi. Non so neanche da quanto tempo sentivo il bisogno di questo dialogo. Il cammino sembra più facile, lo zaino più leggero.
Ad Artieda ritrovo Isabell, che aveva sbagliato strada e ha la mialgia. Il suo fare riservato mi fa pensare ancora una volta che ha volutamente evitato di stare con Manuel e con me, ma mi sbaglio. Le presto la pomata di Voltaren, sono contento di ritrovare un amica. Qualche accenno a ciò che ho passato, resta difficile tradurlo in parole. Siamo soli io e lei nell’albergue, abbiamo la fortuna di avere una camera per uno, tutta per noi, senza roncadores…! Passiamo una piacevole serata con un’ottima cena a base di zuppa di lenticchie nella bella sala da pranzo. La señora ci avverte del cambio dell’ora legale, che ci toglierà un’ora di sonno.