Una notte con poco ristoro. Tossisco tutta la notte, e ancora una volta devo andare al bagno perché l’antibiotico mi sconvolge lo stomaco.
Parto a camminare con la mia massima tenuta invernale che è pur sempre insufficiente per l’umido e il freddo. Il berretto mi tiene le orecchie calde ma i guanti di pile lasciano passare il vento gelido che mi ghiaccia le dita.
I piedi, almeno quelli sono caldi con la doppia protezione di calzino più calzettone. Meno male che non piove, ma la campagna è coperta di una coltre di brina ghiacciata che fa sembrare tutto grigio cenere. La nebbia nasconde le distese delle mesetas. Ogni tanto appare un cespuglio al lato del sentiero, subito inghiottito dalla nebbia dietro le spalle.
Pensavo di migliorare con le cure, ma non è vero. La testa mi scoppia di una ridda di pensieri. Perchè faccio questo, cosa devo provare a me stesso, come mi sento veramente, quali rischi sto correndo, quanto ho fatto finora (sul Cammino e nella vita) e cosa c’è ancora da fare, che succede se salto una camminata e prendo l’autobus come fanno altri, quando è stata l’ultima volta che ne ho visto uno, di mezzi qualsiasi, in questo deserto invernale che manca di vita e mi lascia solo, qui e ora, qui e in questo momento.
La mente torna alle comodità e al clima di casa mia, e a come sarei sicuro di rimettermi con un pò di caldo. Chissà se a casa l’aprile ha il tepore dell’Italia, mentre qui sfido l’inverno nelle mie condizioni di salute pessime. Basta, basta, al prossimo centro mi informo, posso pernottare in un vero albergo, fissare il volo di ritorno da Santiago a Roma e chiedere come arrivare in mezza giornata all’aeroporto.
A un tratto, senza accorgermene, sono tra le case.
Non me ne sono neanche accorto. Mi fermo e mi guardo attorno allibito, è un paese, non di quelli all’apparenza abbandonati tanto sono immoti. Uomini vanno al lavoro, c’è qualche palazzo, qualche auto persino, ci sono i segni del Cammino, e finalmente capisco di essere dentro Sahagún.
Trovo la porta dell’albergue locale stranamente socchiusa (a quest’ora sono spesso chiusi) faccio per entrare e mi precede d’impeto un poliziotto alto. Urla quattro parole ad una persona delle pulizie, e poi scuro in volto mi chiede che voglio. Provo a chiedergli dell’hospitalero, ma lui mi ripete la sua richiesta. Infine, gli faccio segno che vorrei il “sello”. Non finisco il gesto che si dirige spedito al banco dell’accettazione e attende pazientemente mentre io mi tolgo lo zaino e pesco fuori la credenciál. Me la timbra, sempre serio ma paziente aspetta che metto tutto a posto, rimetto lo zaino e mi fa uscire. Mi indica un bar aperto per un caffellatte benedetto, lo ringrazio tanto.
Un altro confronto con il “mio prossimo” è finito, e sono bastati pochi secondi per cambiare la depressione iniziale. Mi scaldo nel bar, la tazza e una pasta zuccherata mi sollevano le forze e lo spirito risale insieme allo scorrere del sangue nelle vene.
Penso che sto meglio. L’antibiotico sta facendo il suo effetto, anche se il male dà le ultime frustate. Non piove, qualche pellegrino di passaggio mi dice che si prevede per domenica tempo migliore, sono a due terzi del Cammino che mi ha dato tanto, e tutto questo mi rimescola dentro.
Riprendo a camminare con un altro spirito, saluto questa cittadina che mi ha trattato bene. Raggiungo Calzada del Coto dove la strada si biforca, a sinistra “Camino Frances”, a destra si varca il ponte per scendere a Calzada e seguire la “calzada romana” dove l’odierno sterrato segue la via Traiana. Chissà se anche San Giacomo l’ha percorsa. Lunga e desolata, mi mena ad un altro paesino dallo strano nome musicale: Calzadilla de los Hermanillos.
L’albergue è abbastanza accogliente ma freddo, con una cucina, una sala con tavolo, letti a quattro brande sopra e sotto con divisori. Ci sono gli italiani di Bolzano (Marianne, Susanne, Maria Teresa e il fratello Hans Georg), solo 3 dei ragazzi coreani dato che il loro gruppo va frastagliandosi (riconosco Soo Jae da Hontanas) e uno spagnolo alto, anziano, magro e barbuto, taciturno. Non sarà Don Quixote?
La doccia è fredda. Fuori un sole che non scalda fatica a uscire dalle nuvole che corrono,
sospinte dal vento incessante, e la biancheria che mi lavo a malapena asciuga. Devo uscire per cercare del cibo. Mettendo il piede fuori dall’uscio guardo la colonna di pietra davanti all’albergue e rimango colpito dal crocefisso in cima. Nel mio cammino non ho mai trovato, né troverò oltre, un Cristo col capo girato che mi guarda. Mi sorge spontaneo dirGli: “Signore, Tu che sai come il Cammino mi ha fatto ritrovare la mia famiglia e ripensare al mio passato, Tu che sai come gli incontri del Cammino mi rendono vivo ed essenziale questo presente, Tu che sai tutto, Cristo, cosa ne sarà di me e del mio futuro?” Mi risponde il vento freddo.
Nel gruppetto di case deserte posso solo trovare l’unico negozietto gremito di salumi e scatolette, con un omino gentile per farmi un panino al jamón serrano e un frutto, e poi crollare nel mio sacco a pelo.