
La mattina mi attardo, il pensiero del freddo che mi aspetta fuori mi rende lento. Se ne vanno tutti e rimango ancora un pochino, mentre l’hospitalero è a qualche tavolo accanto. Col mio spagnolo smozzicato scambio qualche frase, e scopro che è pittore, i quadri appesi sulle pareti intorno li ha dipinti lui. Sono di un buon livello naif, e mi fanno pensare agli antichi lavori dei campi e dei tempi 
andati. Mi spiega infatti che i contadini ritratti nei campi sono i suoi nonni e suo padre. Assaporo le pennellate ad olio, i colori caldi, i dettagli delle cornici in legno, del grosso pane tondo sulla mensola del camino e penso che, a volte, la fretta di buttarci sul sentiero ci fa sorvolare sui luoghi, le persone e le storie che ci scorrono accanto. Mi ricordo dei trekking in Dolomiti fatti col gruppo di montagna, 
e di come certi giorni si arrivava al rifugio senza quasi aver ammirato la natura attraversata. Come è breve il tempo, e quanto tagliamo via, per le scelte che facciamo. Ed è per questo che tutti gli amici pellegrini mi hanno detto, prima di partire, di prendere tutto il tempo che volevo, da pensionato quale sono, e avevano ragione.
E’ un altro giorno di camminata solitaria, nella nebbia e nella vastità della meseta. I grandi campi si alternano, ora verdi del grano tenero che appena cresce, 
ora ancora arati e ocra. Il vento freddo, più o meno continuo, mi ricorda che sono ancora a più di 800m di altitudine. Avvicinamento lento e lungo alla ferrovia sulla sinistra, che sfioro appena, poi attraverso Reliegos e decido di scendere verso Mansilla dove, all’albergue, incontro di nuovo Soo Jae l’amico coreano che si è riunito con i suoi amici di comitiva.