Awakr in ITALIANO


Tappa che avrebbe dovuto essere di tutto riposo, ma sbaglio strada e finisco a Jueves, deserta. Un podista mi indica la via per Sangüesa, purtroppo da lì in poi tutta su asfalto. Altro che i 10,5km previsti… Arrivo che la caviglia tiene ma si fa sentire. L’albergue è municipale, vuoto, camerata unica al 1° piano, 8 euro che pagherò all’addetta che arriva alle 18.

Mi guardo attorno nell’albergue deserto. Dal portone su fronte strada si accede nell’atrio luminoso. Un tavolo , qualche panca, un quadro avvisi alla parete con le notizie per i pellegrini, comprese le indicazioni sulla breve visita alle 18 della “hospitalera” per pagare e farsi timbrare la Credenciàl. Delle porte danno nel cucinino e nel bagno. Le scale portano alla camerata al primo piano, pulita, silenziosa. Mi scelgo un letto d’angolo e scendo di nuovo.

Sono troppo indolenzito per uscire ma ho anche freddo e sete. Mi viene in mente il barattolo di caffè liofilizzato che mi porto appresso dal primo giorno e, approfittando dell’acqua calda e del microonde in cucina, ho la bella idea di prepararmi un bel caffè caldo. Ricordo benissimo dove si trova, alla mia destra. Poggio lo zaino sul tavolo e, per la pigrizia di non aprire la chiusura lampo laterale dello zaino, infilo la mano alla cieca, annaspando per il barattolo. Ecco che le dita incontrano il vetro freddo e liscio. Stringo, tiro attraverso i panni, e alfine mi compare il barattolo del Nescafè, sottosopra e… vuoto. Il tappo di plastica è rimasto nel fondo dello zaino con tutta la polvere di caffè.

La successiva mezz’ora la passo a svuotare completamente lo zaino riempendo la tavola del contenuto alla rinfusa, recuperare un pò di polvere per rimediare comunque un caffè, e rivoltare e pulire lo zaino alla meglio. Non posso lavarlo completamente, non si asciugherebbe. La tazzina di caffè manca dello zucchero, in compenso da Sangüesa fino al rientro l’odore del caffè è rimasto in quel lato dello zaino (destro), che decido di battezzare il “Lato Caffè”.

Appena messo a posto lo zaino arriva l’unico altro pellegrino di quel giorno, Rolf, svizzero di 44 anni, giaccone militare e zucchetto con tre spille del Camino, compresa una flecha amarilla che, sostiene, indica il suo umore della giornata a seconda se punta in alto o in basso. Appena arrivato è un pò orso, infatti, si vede che da qualche tempo cammina senza parlare con nessuno. Si mette quasi subito a dormire. Io ne approfitto per visitare la bellissima chiesa di Santa María la Real, gioiello della architettura romanica spagnola, con una guida che parla inglese, e ammirare i sottotetti in legno scolpito, spioventi sui vicoli del paese, mentre immense cicogne bianche e nere volano rasenti i comignoli nel sole del cielo azzurro.

Più tardi Rolf ed io facciamo amicizia con una sostanziosa minestra, una birra e dei secondi di carne. Passiamo un’allegra serata, così nasce un’altra conoscenza del Camino.

La mattina mi sveglia Isabell bussando delicatamente alla porta: non ho sentito la sveglia e sono le 8:30! Mi butto dalla branda. Quando esco dalla stanza Isabell è andata, ma mentre ficco tutto nello zaino torna per chiedermi un pò della pagnotta di S. Cilia che le avevo promesso a cena. La ritroverò a Ruesta, dove ci prendiamo una bevanda calda seduti al sole.

Lungo la strada vado troppo forte. Mentre Isabell si sente meglio con la gamba, il Voltaren le ha fatto effetto, sono io che comincio a zoppicare per la caviglia sinistra, arrivando con gran fatica e dolore a Undués de Lerda. Dalla panchina dove ci siamo riposati, saluto Isabell che prosegue per Sangüesa. Mi chiedo se si ricorderà di mandarmi la foto di gruppo di Jaca.

Io mi avvio zoppicante all’albergue, da dove scrivo. Al tramonto, magicamente, cala di botto il vento gelido che ci ha accompagnato per tutto il giorno. Prima di dormire mi curo la caviglia e stinco sinistri con Voltaren pomata e prendo un’altra compressa antinfiammatoria.

Tempo coperto, freddo, qualche tratto di pioggia. Grandi campi arati e bruni, basse colline grigie che lasciano il posto al vuoto della pianura ondulata. L’allegria della sera prima mi fa pesare questo immenso vuoto sotto le nuvole basse. C’è una strana luce. Taglio per un campo, mi perdo, devo aprire un cancello in legno e richiuderlo dietro di me. Un cavallo baio guarda incuriosito questo viandante. Riprendo il sentiero e le rade flechas scolorite. A una svolta un piccolo cartello indica Mianos, un paesino che si vede sulla collina.

Evitando un cane che mi abbaia furioso, lo raggiungo con la speranza di un caffè, ma ci sono solo due ragazzine che mi dicono che l’unico bar è chiuso, e spariscono. Sembrano un pò spaventate, mi rendo conto che, più che ad un pellegrino, incappucciato sotto la pioggia devo somigliare ad un barbone, dato che non mi rado ormai da qualche giorno. L’intero paesino è grigio e deserto, intravedo una madonna triste dietro le sbarre di una buia cappella votiva. Scendendo per la stessa strada, ecco il cane che stranamente stavolta mi viene incontro a testa bassa. Ha bisogno di lasciarsi accarezzare, solo come me.

Più in là mi assale un senso di solitudine spaventoso, che trascende questo momento e questi luoghi. Da quando cammino in territorio spagnolo medito molto, complice la marcia da solo. Mi rendo conto delle ragioni che mi hanno predisposto a questo Cammino, la relazione recentemente chiusa dopo tanti anni con la mia compagna, la conclusione del lavoro e il pensionamento, il diradarsi delle amicizie e degli impegni. I ricordi che in questi giorni avevo tenuto a bada con le distrazioni del viaggio e dell’avventura, mi attanagliano nel silenzio e nel ritmo dei miei bastoncini.

Una nuvola di ricordi. Prima cerco debolmente di resistere, poi mi lascio sommergere, come da un’onda ampia e lunga, cadendo nel amaro conforto dell’autocommiserazione. Mai successo così. Guardo in faccia me stesso, ora che sono solo, e vedo dietro di me le ombre del passato, degli avvenimenti anche lontani, delle figure di famiglia. In pochi minuti mi passano davanti amici e amori, deja vù e tristezze. Come un’analisi transazionale, questo momento di marcia mi scava dentro, mi fa valutare ricordi sopiti di mio padre e di mia madre. I ricordi arruginiti nel mio cuore diventano insostenibili. Mi guardo attorno, nella piana di campagna ho la grazia di essere solo, posso fare quello che voglio, e difatti butto zaino e bastoncini, crollo, urlo, singhiozzo, parlo inveisco prego e piango come una fontana. E’ una esplosione, è un lutto istantaneo, è un’accettazione, è una liberazione da tante cose.

La mia vita si è condensata in pochi minuti. Mi calmo. Riprendendo il controllo, e con esso la vergogna, ancora mi guardo intorno attentamente. Gli alberi che costeggiano il sentiero non sono cambiati, la campagna sembra non aver fatto caso al momento della verità di un pellegrino, forse c’è abituata. E’ qui da molto più tempo di me.

Mi soffio il naso, asciugo gli occhi, sistemo il carico dandomi dello stupido. Respiro a fondo, sollevato. Non ho più dolore, neanche ai piedi. Non so neanche da quanto tempo sentivo il bisogno di questo dialogo. Il cammino sembra più facile, lo zaino più leggero.

Ad Artieda ritrovo Isabell, che aveva sbagliato strada e ha la mialgia. Il suo fare riservato mi fa pensare ancora una volta che ha volutamente evitato di stare con Manuel e con me, ma mi sbaglio. Le presto la pomata di Voltaren, sono contento di ritrovare un amica. Qualche accenno a ciò che ho passato, resta difficile tradurlo in parole. Siamo soli io e lei nell’albergue, abbiamo la fortuna di avere una camera per uno, tutta per noi, senza roncadores…! Passiamo una piacevole serata con un’ottima cena a base di zuppa di lenticchie nella bella sala da pranzo. La señora ci avverte del cambio dell’ora legale, che ci toglierà un’ora di sonno.

Da Jaca parto con Isabell che perderò per strada quasi subito, sembra un soldatino col suo passo veloce e sempre uguale. Lasciamo la cittadina e l’asfalto cede al sentiero, comincia un bosco rado e arso. L’ultima volta che incrocio Isabell si sta rimettendo le scarpe al di là del guado di un piccolo fiume. Se ne va, io mi guardo attorno e vedo poco più in là la fila di pietre che permettono di attraversare senza bagnarsi e che le erano sfuggite. Quando la ritrovo due giorni dopo, zoppicante, saprò che quel giorno ha sbagliato strada, si è persa e ha sviluppato una mialgìa che la rallenta.

Sulla collinetta alla riva opposta al guado compare anche Manuel il malagueño, appollaiato a fumare e riposarsi, che mi dice che Isabell ha preso l’altra direzione. In quel punto difatti ci sono frecce gialle che puntano in due direzioni diverse. Lo saluto e m’inoltro nel boschetto rado, che presto cede alla strada sterrata lunga e assolata. Di tanto in tanto i pochi bar sono immancabilmente chiusi. Da un sentiero sbuco sull’isolato Hotel Aragon, e mi siedo su un fortuito cippo di tronco che sembra lì apposta per il riposo dei pellegrini. Mi sorpassano due spagnoli grossi e tozzi visti prima, che ritroverò ad Arrès. Sono pellegrini ma non lo sembrano, coi loro zainetti piccoli. Hanno anch’essi dormito a Jaca ma da un amico, perciò non erano con noi all’albergue. Si chiamano Jaime e Roche, fumano e bevono anche dopo cena al bar, imparerò che russano pure, a prova di tappi. Rimango indietro apposta per lasciarli allontanare, scambiandosi battute in un catalano stretto, gutturale e macho. Mi ricordano certi cacciatori dei nostri monti, per i quali la giustificazione alla caccia pressocché inesistente è la passeggiata nella natura, che a sua volta giustifica mangiate e bevute da paura.

Sento suonare le campane di un paesino: è Santa Cilia, mi dirigo lì. La chiesa è nascosta tra i palazzi e le porte chiuse, anch’essa chiusa come i bar, solo la fontana moderna davanti alla chiesa rompe il silenzio e si mette a buttare acqua appena mi affaccio nella piazzetta. Penso a qualche fotocellula ma non ne vedo.

Tra i vicoli deserti e in ombra, finalmente un odore familiare: una panaderia. Sono felice di parlare col primo spagnolo di oggi, compro una fragrante pagnotta appena sfornata. A pochi passi vedo un cartello che indica il locale albergue dos peregrinos. Lo trovo, spingo la porta che dà in uno stanzone lungo, deserto, fresco e pulito. Messaggi alle pareti, un affresco della mappa del Camino da qui alla meta che mostra, oltre a questo Camino Aragonés, anche il Camino Francés ramo navarro da SJPP, e un tavolo e panche in fondo, sotto le finestre. Approfitto per mangiarmi un quarto di pagnotta, usare i bagni, rifornirmi d’acqua e timbrarmi la Credencial col sello giacente su un tavolino, prima di riprendere la marcia grato della pausa.

Il sole picchia, i chilometri si fanno sentire. Marcio accanto a una veloce strada statale, sembra. Mi dirigo con tanta speranza di un caffè al Centro Los Pirineos come indicatomi dal panettiere di S. Cilia, ma ho la solita delusione di trovare il bar “cerrado”.

Poco prima di Puente de la Reina de Jaca attraverso una curiosa zona tra gli alberi, dove la devozione di secoli di pellegrini ha eretto mucchi di pietre di fiume dapertutto, pietra su pietra, ometti grandi e piccoli, antichi e moderni, per circa cento metri ai due lati del sentiero. Difficile sentirsi soli qui.

Ancora una salita di traverso su per una collina cespugliosa, l’ultima lunga tirata e sbuco sul paesino semideserto e medievale di Arrés. Una salitella acciottolata mi porta all’albergue, mentre sopra la testa mi volteggiano rapaci dalle grandi aperture alari. Seduto sul muretto davanti c’è Georges l’hospitalero, un arzillo francese, allegro, anziano e devoto, che mi spiega sostituisce temporaneamente la hospitalera di casa. L’albergue è tutto in legno disposto su più piani, non molto pulito ma confortevole e ricco di fascino. Sono presenti alcuni ospiti francesi amici di Georges, non pellegrini, uno di essi è poliziotto. Me l’immagino vestito da gendarme, e gli calza a pennello. Mentre mi dò da fare nelle incombenze pomeridiane, come al solito sorpreso dalla veloce sparizione della stanchezza del cammino, arrivano Jaime e Roche, seguiti da Manuel.

Ad ogni arrivo Georges snocciola la litania delle tradizioni dell’albergue di Arrés: quando saremo pronti più tardi ma prima della cena, egli porterà noi pellegrini in giro a farci visitare il paesino arroccato sulla collina isolata nella pianura, che si stende da ogni lato. Così avviene, facendo di Arrés un ricordo profondo che comincia con la visita della antica cappella altrimenti chiusa al pubblico, con altari in legno barocco dorato, freddissima. All’interno Georges pesca dei fogli polverosi in ogni lingua tranne l’italiano per invitarci a recitare… il Cantico di San Francesco in spagnolo. La visita del paese si conclude su di un belvedere per un suggestivo minuto di silenzio al calar del sole. Ma le tradizioni non terminano qui: prima di cena, con l’aiuto di un cd, Georges intona il canto medievale dei pellegrini francesi diretti a Santiago, detti jacquets: Ultreia, ultreia, y suus eia, deus adiuva nos. A tutti brillano gli occhi, unendoci al coro e alle ombre dei tanti pellegrini che, prima di noi, hanno cantato queste stesse note su questo stesso percorso.

Ancora una volta mi si dimostra che la prima impressione antipatica di certe persone si stempera, sono proprio quelle persone che hanno qualcosa da insegnarmi. Mi chiedo quando lo capirò.

A questo punto è con grande emozione e camaraderie che, gomito a gomito riuniti intorno al piccolo tavolo nel cucinino che Georges ha preferito al tavolone del soggiorno, ci buttiamo allegramente sulla cena a base di uova sode tagliate su un letto di lattuga e pomodori, sformato di riso e zucchine al forno, vino acqusitato al bar del paese e micidiale purea di mele. Farà un effetto purificatorio a tutti, con l’andirivieni durante la lunga notte sulle scricchiolanti rampe di scalini di legno che portano dai dormitori al gabinetto, strategicamente posizionato in cantina.

La mattina dopo abbondante colazione e partenza verso le sette, io per ultimo per medicare i piedi, e quasi mi scordo prima la guida e poi i bastoncini.

Oggi giovedi parto per Jaca dopo abbondante colazione con panino e dolcetto per il giorno. Il Señor Antonio mi accompagna sulla strada per indicarmi la via. Prendo l’antico sentiero aragonès, passando per le rovine della chiesa della Trinità del XVI secolo, il ponte romano (emozionante) e, continuando nel boschetto a fianco della famigerata e trafficata statale, arrivo ad un bunker in cemento, riparo di fortuna dei pellegrini in caso di pioggia.

Oltrepassato il bunker e la galleria sulla statale (tagliandola, non passandoci dentro) ed evitando il sottopasso, cambio l’abbigliamento invernale con quello estivo e mi fermo a mangiare qualcosa in una zona descanso attrezzata coi tavoli da picnic. Ad un tratto mi passa accanto un tizio con zaino e scarponi tirando dritto: gli grido “Peregrino?” e quello si volta sorridendo e dicendo “Sì!” Faccio così amicizia con Manuel di Malaga, quarant’anni portati male (fuma parecchio, e non solo tabacco), che incrocerò spesso durante il Cammino. Da quel momento camminiamo un pò in compagnia e un pò sorpassandoci a vicenda, passando Villanùa, poi Castiello di Jaca. Cielo azzurro, solo qualche striatura di cirri, e la neve dei Pirenei dietro le spalle che si allontana lentamente. Sarà così che ogni giorno sentirò di lasciare definitivamente i Pirenei e invece passerò Arrès e Artieda, e ancora in lontananza si vedrà la cordillera pirenaica innevata.

Infine Jaca. Arrivo per primo ma tocca aspettare l’apertura alle 16 del bel albergue municipal. M’infilo in una birreria per la mia prima caña ristoratrice, vedo passare Manuel sulla calle e lo tiro dentro a farmi compagnia e a conoscerci meglio. Era partito ieri per il primo giorno di cammino, è arrivato per tappe multiple e ha trovato da dormire a Canfranc Estacion: così oggi ha camminato più di me.

Si approssima l’ora di apertura dell’albergue e ci avviamo, ma dato che avevo detto a Manuel che volevo comprare dello yoghurt per la colazione, lui chiede ad una signora “donde està” un supermercato. Questa non se lo fa ripetere due volte, e s’incammina dicendoci di seguirla. Fa quasi il giro completo di Jaca, e noi con gli zaini. Pensare che l’albergue era dietro l’angolo della birreria… Pazienza.

Presi i benedetti yoghurt torniamo per trovare un albergue moderno, pratico, accogliente, con una ragazza hospitalera allegra ed efficiente che ci prende le generalità. C’è internet gratis, occasione per contattare gli amici pps.

Di lì a poco faccio conoscenza con Robin di Portsmouth, una montagna d’uomo, 110kg per 58anni, già in crisi con i piedi e una pellegrina che mi diventerà molto cara, Isabell di Monaco, che studia antropologia. Alta, snella, bionda, occhi azzurri, sulle sue. Siamo pochi in albergue, e mi sembra un peccato lasciare una bella ragazza in disparte ora che stiamo programmando la serata, e siccome parla spagnolo, mando Manuel avanti ad invitarla. Sorpresa, è tedesca e oltre allo spagnolo parla inglese e anche italiano. Accetta di uscire con noi, anche se è chiaro che non scoppia di gioia. Forse non si fida del tutto della compagnia di tre sconosciuti con il doppio dei suoi anni, ma questo offre il convento oggi… Stasera ¡tapas y copa! e tanta allegria che scioglie anche l’inglese e la tedesca. Ma le emozioni della condivisione dei racconti, come tradurle in queste affrettate parole?

Qualche dettaglio sulle tapas: fette di pane con acciughe, peperoni, formaggio fuso, cipolle dolci, poi pasta di gamberi impanati e fritti in salsina rosa, e per finire ciotole di lumache, da scavar fuori dal guscio rovente con gli stuzzicadenti e intingere nella salsa all’aglio. Siamo in piedi accanto al banco e alla cucina, il locale tutto in legno è pieno di locali tra i venti e i trent’anni allegri ma mai ubriachi. Il vero top è quando Robin ci offre il liquorino della casa alle erbe, sopra tutto quel vino tinto… ma chi cammina brucia! Poi una bella passeggiata per la città notturna per rientrare all’albergue. Anche Isabell è rilassata, si è convinta che i “maschiacci” non sono pericolosi…

I letti dell’albergue sono racchiusi a due a due da separé il legno. I radiatori sono caldissimi, ed il bucato è già asciutto. Mi corico, e Robin ci intrattiene con un concerto russatorio! Tempo di rimettere i tappi, che diventeranno un’abitudine.

Di notte sentiamo delle strane urla giù per strada, sembrano diversi uomini e anche qualche grido di donna. Lamiere sbattute con violenza, qualche botto. Mi svegliano attraverso i tappi, e mentre riprendo sonno penso che noi siamo viandanti volontari, immersi per scelta in questa avventura da sogno, eppure c’è tanta parte del mondo senza pace, immersa nella miseria materiale e morale, non bisogna dimenticarlo.

Sveglia alle 6, alla finestra c’è un velo di ghiaccio. Colazione col caffè liofilizzato, acqua calda, qualche ritaglio di fette biscottate e uno yoghurt. Lungo la strada che sale verso il famigerato Col de Somport sono sempre piu’ preoccupato. Ho sentito voce di un decesso (una signora coreana) qualche giorno fa sulla via Napoleonica da SJPdP, so che Somport e’ chiuso alle macchine per la neve, e per questo ho rinunciato al mio piano iniziale di passare in Spagna per la val d’Osseau e Astun. Addio, laghetti di Bious-Artiguès…

I Pirenei innevati incombono, si ingrossano ad ogni curva della strada asfaltata. In questo tratto manca un rassicurante sentiero, e tocca attizzare le orecchie per i motori delle macchine e autoarticolati, scostandomi quanto posso dalla carreggiata. Incontro degli operai stradali: uno comincia a fare lo spiritoso e mi dice di prendere una pala e dare loro una mano, ma quando sente che sono diretto a Santiago si fa più serio e mi dà delle informazioni preziose: di lì a poco inizia un tratto storico della antica Via Arlesiana per evitare il traffico. Mi dice inoltre che, si c’e’ neve, ma a piedi è possibile attraversare il passo. Ultreya! Trovo la via d’Arles che risale la Val d’Aspe, e mi vengono i brividi a percorrerla, tanto si sente l’atmosfera dei secoli e dei innumerevoli pellegrini passati di qui prima di me.

Tra chiazze innevate sempre piu’ lunghe fino a diventare neve continua, saliscendi sui montarozzi impappati di neve sporca, pantani lasciati dall’ammollo e un cerbiatto magico sorpreso mentre bruca, che fugge senza rumore a grandi balzi, seguito dal mio sguardo sognante. Raggiungo faticosamente il passo di Somport e la prima bandiera spagnola! Ai lati dell’asfalto c’è più di due metri di neve. Qualche camper, una famiglia di Bordeaux. Esulto quando sento una coppia di mezz’età parlare finalmente catalano, mi butto subito a balbettare uno stentato spagnolo, ma si rivelano bulgari che abitano in Spagna da ormai dieci anni.

Al passo c’e’ solo un hotel, mi sembra caro e lo salto, prendendo per la neve a scendere per il Camino originale, sommerso dalla coltre bianca. La pendenza trasversale si fa sempre più ripida, e mi rendo conto del pericolo di scivolare sul pendio che sto attraversando solo quando guardo a sinistra il fiume lontano in basso tra i massi. Avanzo sudato e guardingo; forse con l’aiuto di San Giacomo arrivo alle rovine del albergue di Santa Cristina, fondato novecento anni orsono, e alle prime costruzioni.

Passo i brutti casermoni deserti di Candanchù, sempre più stanco raggiungo Canfranc Estacion e la sua stupefacente enorme stazione ferroviaria, ma è todo cerrado, addio speranza di dormire al Pepito Grillo. Persino la Pension Marieta è chiusa, non siamo ancora in stagione… Per un tratto antico di sentiero nel bosco devo allungare fino a Canfranc Pueblo dove mi tocca spendere €40 per prendere una habitacion (la Cabaña) ma con cena, notte calda e desayuno excelente. Non dimenticherò le premure dell’abbondante Señor Antonio Serrano Alonso e dei suoi ancor più abbondanti cani, un anziano husky di nome Inuk e una nuvola nera di samoyeda, Sirka. Praticamente due vitelli.

Mi rendo lentamente conto che in dieci ore di cammino ho fatto ca. 36km con i mille metri di dislivello e la neve. I miei piedi mi urlano che lo sapevano già!

Giorno grigio sotto la prima pioggia del Cammino. La mattina presto p. Joseph mi fa entrare nella antica chiesa e mette su un canto antichissimo alla Madonna in lingua bearnaise, che mi spiega essere più antica dell’occitano. E’ un momento molto intenso.

Lo saluto e m’incammino verso sud e i Pirenei, su per la valle attraverso Bedous, Accous, Cette-Eygun e arrivo a Etsault e di fronte Borce, dove c’è l’albergue. Il paesino appare deserto sotto le cortine di pioggia, ma appare un signore barbuto che fuma la pipa a cui chiedo del posto tappa. Un grugnito e mi accenna di seguirlo, non all’albergue ma nei pressi di casa sua in legno, dove urla alla moglie di chiamare l’hospitalera. Dopo un’attesa sotto la pioggia incessante arriva allegra Marlène, una bella signora giovane con la più piccola di 4 figli (in effetti il paese non offre tante distrazioni :) ), e mi apre la porta a cio’ che appare da fuori una cappella medievale. Immagino gia’ un’altra notte gelida, ma *sorpresa* dentro e’ piccola ma tutta rifatta, radiatori, parquet, cucina, servizi moderni e efficienti, cameretta tutta per me, wow. Dopo la doccia faccio la spesa a Etsault e passo una serata interessante con un altro Philippe che e’ li da una settimana, non pellegrino ma melomane, e parliamo delle mie scarse conoscenze della lirica italiana e dei problemi del mondo, su un piatto di pasta (sua, ma cotta da me), jambon (mio), pomodori freschi e olio vergine d’oliva. Una rarità.

Lunedi 23 lascio Arudy alle 08:30 (tardi) per la Val d’Ossau, ma solo con l’intenzione di traversare nella parallela Val d’Aspe e raggiungere la Spagna per il Col de Somport. Ancora in paese mi raggiunge in auto p. Pierre per dirmi che ha avvertito telefonicamente p. Joseph a Sarrance che mi potrà ospitare nel presbiterio. Evviva, un altro letto è assicurato! Passo Bilheres, mi fermo a medicare il 4° dito piede sx dove si sta formando una bella vescica. Finora mi sono dimenticato la vaselina, domani provo.

Arrivo già stanco a Bielhe, ma le rondini mi giocano vicino e dimentico tutto. E’ questo il punto dove lasciare questa valle per la valle accanto. In paese chiedo la via alla Mairie (municipio), e percorro antichi acciottolati tra muri massicci di edifici che potrebbero essere medievali, coi loro tetti spioventi e le coperture imbutiformi delle torri. Comincia la lunga salita, il paese si allontana e la strada si apre in un pianoro di montagna, ampio e assolato, verde di erba novella, con tante mucche tutte dorate che ricordano il pelo di un golden retriever. Passo accanto a un allegro e serpeggiante ruscello, ricco di acque di fusione della neve abbondante sui monti che incombono sfavillanti al sole.

Entro nel bosco che è un pantano di ruscelli grandi e piccoli, avanzo a fatica fino a incontrare parecchie chiazze di neve. La luce del passo si intravede tra i fitti alberi, non arriva mai. Sbuco infine sull’innevato Col de Marie Blanque dove un cippo ricorda il contributo dei partigiani spagnoli alla Francia per respingere i nazisti nell’ultima guerra.

Ancor piu’ lunga è la discesa su asfalto nella Val d’Aspe fino a Escot, e avanti a Sarrance dove c’e’ il presbytere dell’anziano p. Joseph che, avvertito da p.Pierre, mi attende sorridente col basco sulle ventitre’ per accogliermi nelle mura di pietra dell’edificio annesso alla chiesa, freddissimo ma silenzioso e accogliente. Faccio la spesa in una boucherie: jambon paysan, fromage de brebis e delle salsiccie (andouillettes) bianche che appaiono appetitose ma che si rivelano ripiene di interiora di chissà quale animale… Dopo la doccia calda ma nei bagni di pietra gelida del grande presbytère, mi preparo la cena in una cucina dalla volta altissima, e l’unico calore della notte e’ data dalla minestra con busta liofilizzata preparata col bollitore, le famose salsiccie di cui riesco a mangiarne solo una, e jambon e formaggio ottimi. Mentre mangio nell’assoluto silenzio dell’edificio apparentemente deserto, sento un forte colpo alla porta della cucina che si spalanca e appare padre Joseph con il suo basco nero sulle ventitrè, che subito sbotta a ridere, vedendo anche me imbacuccato e imberrettato per il freddo! Alle sue domande lo assicuro che va tutto benissimo, mi sento fortunato a passare la notte in un posto tutto per me, con il pensiero di cosa mi toccherà nei giorni seguenti.

Termino il pasto con mela e yoghurt e un pò di scrittura, poi vado su in camera per le antiche scale in pietra gelida. Uno sguardo dalla finestra sulla campagna notturna mi rivela il piccolo cimitero del paese, proprio di fronte, meglio non pensarci e ficcarmi subito nel sacco per una notte di sogni delle mucche bionde, dell’erba, dei ruscelli e della neve.

Domenica 22 da Asson, passo per Bruges dove il prete mi appone il timbre e mi regala un pezzo di formaggio buonissimo che mi durerà 2 giorni. Perdo la strada, mi fermo e mi siedo sull’erba in piena campagna a mangiare una mela tra le farfalle, un sogno per un cittadino come me. In mezzo ad un furioso abbaiare di cani, chiedo ad una malgara la strada e arrivo a Mifaget guidato dal suono delle campane della chiesetta del paese. Raggiungo poi Louvie-Juzon, e lungo il fiume sull’erba infine arrivo ad Arudy dove vengo ospitato dal curato p. Pierre nella sua casa antica ma molto calda e accogliente, micia bianconera in cinta compresa! Passo la serata in compagnia del pellegrino Neil inglese, che partirà alla volta di St. Jean PdPort.

Ho ormai deciso di rinunciare al primitivo progetto di traversare in Spagna passando per la Val d’Osseau e Astun. Capirai, se il passo di Somport è chiuso al traffico e si trova a 1600m, figurarsi il mio sogno di passare a 2200m…

Sveglia alle 05:00, sono troppo eccitato, esco dall’albergo alle 05:26. Nel freddo e buio passo accanto al Santuario, c’è già qualcuno che prega, e m’inoltro nel bosco di Lourdes in direzione ovest, seguendo il fiume Gave sulla riva sud. Un cane abbaia, ma presto si perde lontano. Tutto è silenzio, salvo lo scrocchiare delle foglie sotto le scarpe. Mentre cammino al buio, nel cono di luce della pila frontale, ad un tratto mi accorgo che distinguo gli alberi anche in alto… Mi volto: dietro di me tra gli alberi c’è il magico chiarore dell’alba.

Comincio a collezionare luoghi: la meraviglia di St. Pè de Bigorre, Betharram con le sue chiese e cappelle, il bar aperto con cappuccino e croissants divini, con la padrona Nelly, pittrice (tutto il bar lo testimonia) e devota al miracolo di Beaurameau nel 1616 di cui mi narra la storia, e di P. Michel, il padre confessore di Bernadette, ed il primo prelato che crede ai racconti della piccola campagnola che vede la Signora di Lourdes. Il primo giorno di cammino con i suoi 24km. si comincia a far sentire ai piedi, con le prime medicazioni. Arrivo ad Asson, trovo l’albergue ma sopratutto trovo Philippe, l’allegro proprietario dal basco rosso del bistrot dove pranzo con un’improbabile lasagna al salmone (!) e un genepy che mi scalda il cuore, insieme alla musica provenzale di Philippe e dei suoi amici.

Trovo anche Flo, la prima compagna pellegrina, una ragazza di circa vent’anni che ha già fatto due giorni di cammino con zaino troppo pesante per lei. Ha i piedi ridotti male, e una tendinite. Dovrà rinunciare a proseguire, l’indomani si cerca un passaggio per casa, ritenterà un altr’anno. La sera ci cuciniamo nel piccolissimo albergue, mangiamo in grande allegria e dormiamo presto.

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